Operazione Colomba è il corpo non violento della Comunità Papa Giovanni XXIII che dal 1992 entra nei contesti di conflitto armato per stare a fianco di chi subisce la guerra tutti i giorni. Sono persone che mettono la propria vita al pari di quella di coloro che sono vittime della guerra, scegliendo di restare.
Silvia De Munari è una di loro. Corporatura minuta, capelli raccolti, occhi azzurri vivacissimi, Silvia è volontaria dell’Operazione Colomba in Colombia. È originaria di Bolzano Vicentino (VI). A 23 anni è partita per il Cile con il progetto Caschi Bianchi con la Comunità Papa Giovanni XXIII perché cercava di dare un nome all’inquietudine che aveva nel cuore: il bisogno di andare a toccare con mano le ingiustizie, anche se in un paese molto lontano dal suo, dopo averne già provato sulla propria pelle. “L’esperienza in Cile mi ha fatto capire che stare a fianco delle persone può far conoscere profondamente una realtà per comprendere il sistema mondo, cioè che c’è un legame tra la nostra vita qui [in Italia, ndr] e quella del mondo”, racconta.
Da qui è iniziato per lei un cammino di esplorazione interiore ed esteriore, perché gli studi in sociologia e scienze politiche non bastavano alla sua ricerca. “Volevo lasciare la teoria per andare a toccare con mano la realtà così da capire se la non violenza di cui avevo sentito parlare, e che mi aveva affascinata, fosse effettivamente una strada concreta praticabile”, continua Silvia. Dopo alcuni mesi in Cile è arrivata dunque la partenza per la Colombia che è diventata la sua terra di missione da molti anni. Silvia vive con altri volontari del progetto come scudo umano di una comunità di contadini minacciata dalle multinazionali che ambiscono ai loro terreni. La presenza di stranieri che indossano la maglia arancione è lo scudo di questa popolazione cui i gruppi armati attentano continuamente. Una maglia arancione perché è ben visibile. Una maglia che fa la differenza segnando il confine tra la vita e la morte. Sembra paradossale, ma un passaporto italiano vale molto più della vita di comunità di contadini colombiani. “Stiamo al loro fianco e per il fatto di esserci, oggi, siamo protezione nei confronti di queste persone. È un gruppo di 300-400 persone che si rivolge ai volontari e in base alle loro richieste si organizzano le risposte. Il nostro essere internazionali [cioè non colombiani, ndr] presenti nella comunità funge da deterrente all’uso della violenza per gli attori armati del conflitto. Scegliere di stare al loro fianco significa anche vivere nelle stesse condizioni dei contadini e rischiare la vita, proprio come la rischiano loro”, spiega facendosi più pensierosa la volontaria.
Dal 2013 è in Colombia e la motivazione più grande che la spinge a restare ancora lì è riconoscere che deve molto alla Comunità di Pace di San José de Apartadó. “Sono loro ad aver aiutato me e noi, non siamo noi volontari ad averli aiutati: grazie al fatto di averci permesso il grande privilegio di vivere al loro fianco, quello che possiamo sperimentare è un filo rosso che lega tutte le nostre vite, indipendentemente da dove siamo in questo momento. Il colore rosso è il colore del sangue, della morte, degli abusi, dei soprusi e delle violazioni… Le scelte che oggi ciascuno fa, in tutto il mondo, non sono scelte innocue, ma hanno delle concrete responsabilità e ricadute: ciò che scegliamo di comprare per esempio alimenta una filiera alimentare o un’altra. Sento una grande responsabilità etica e morale. Un esempio concreto è quello delle banane Chiquita, multinazionale condannata negli Stati Uniti d’America per aver finanziato in Colombia dei gruppi armati che hanno ucciso e sfollato intere popolazioni di contadini e contadine, così da poter estendere la monocoltura di banane. Questo è il filo rosso”, chiarisce ancora Silvia De Munari.
Il grande sogno di chi indossa la maglietta arancione o rossa è che non serva più, ma questo dipende da una scelta collettiva per la vita, che possa aprire nuovi modi di vivere e stare al mondo. “Serve la consapevolezza che ogni mia singola azione ha delle ripercussioni oggi dall’altra parte del mondo perché è tutto strettamente collegato”, aggiunge la volontaria. Viene allora da chiedersi quale sia la speranza che una persona trova spendendo la propria vita in un contesto di guerra. “La speranza che vedo è una speranza che vivo in Colombia e che cerco di portarmi sempre. Sono le parole di persone che hanno perso parenti ed amici che associano la speranza a non odiare l’assassino e l’assassinio. Speranza è continuare a costruire comunità oggi dove siamo, senza rimanere fermi in attesa che quel sogno possa realizzarsi come se non dipendesse anche da noi. Una cosa che abbiamo capito, anche grazie a questi giganti dell’anima [i contadini, ndr], è che se ci salveremo, lo faremo solo insieme perché da soli, individualmente, non andremo da nessuna parte. Questo è un passaggio fondamentale”, aggiunge Silvia. “A livello interiore questo cammino mi consegna la grande sfida della coerenza, ma anche l’insegnamento della potenza del perdono perché questa comunità ha saputo e continua a portare avanti questo processo non violento perché ha saputo perdonare. Accanto al perdono, però, c’è la richiesta di giustizia e verità. Da loro ho imparato che perdonare è necessario e che perdonare non significa che non sia fatta giustizia. Perdono, giustizia e verità sono le sfide quotidiane”, racconta ancora.
Le piacerebbe non indossare più la maglia arancione perché significherebbe che non ci sono persone bisognose di scudi umani per poter vivere. La fa soffrire il pensiero che una vita umana valga più di un’altra. Spera che si arrivi a considerare nello stesso modo la vita di ogni persona. “Forse la vera sfida è proprio quella di cambiare qui, così che anche in Colombia possa esserci un autentico cambiamento. In fondo queste persone chiedono di poter semplicemente vivere nelle loro terre”, conclude Silvia aprendosi in un sorriso pieno di speranza.
sr Naike Monique Borgo