Porte aperte: la vita che eccede sulla morte

02
Apr

Un percorso spirituale attraverso alcune soglie che le Scritture ci consegnano come invito e modello di vita piena e aperta

Uno dei simboli del giubileo è l’apertura della porta santa, anzi delle porte sante, visto che si tratta di più luoghi indicati nella chiesa di Roma e nelle singole chiese locali. Passare attraverso di esse significa riprodurre anche corporalmente il passaggio pasquale, reso possibile dal fatto che la porta del sepolcro del Cristo non è rimasta chiusa a sigillare la morte. Quel mattino la pietra è già stata tolta e la tomba svuotata invita a non cercare tra i morti Colui che si è fatto vita e vita per sempre. Un passaggio, nel soffio dello Spirito, che trasforma un sepolcro in un grembo. Quante donne bibliche preannunciano questo, nei loro uteri sterili divenuti spazio di gestazione e quindi grido di speranza. Ecco allora che le porte aperte del giubileo, soglie da solcare portando con sé il carico di negatività sperimentato personalmente e collettivamente, delineano un orizzonte di futuro nel quale la vita eccede sulla morte.

Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche (Sal 24,7)

La preghiera biblica non esita a personificare le porte, in questo caso quelle del Tempio, ma potremmo pensare a tutte le porte chiuse, costrette ad abbassare la fronte per scelte di paura, di opposizione, di discriminazione. In antico erano soglie, cioè aperture che favorivano il passaggio, poi si sono trasformate in barriere. Le stesse porte delle nostre case sono chiuse a tripla mandata e spesso troviamo sbarrate anche le porte delle chiese, per evitare danni. Il salmo invita le porte a ritrovare la loro capacità di essere soglie, varco aperto e non sbarramento chiuso. Siamo di fronte ad una simbolica che allude anzitutto a ciascuno di noi, troppe volte in difesa di fronte all’esistenza, alle persone, alle relazioni. Aprirsi e far entrare l’altro, soprattutto se straniero e quindi estraneo al nostro mondo di sicurezze, è un rischio che non vogliamo correre. Talvolta succede che comunichiamo questo già ai bambini, dicendo di non fidarsi di niente e di nessuno, non accorgendoci che la giusta prudenza finisce per trasformare la vita donata da benedizione a peso e condanna. Si tratta quindi di far emergere la dimensione più profonda di ogni essere umano, che deve riscoprirsi soglia antica prima di essere porta chiusa. In antico corrisponde al significato biblico di ciò che sta in principio: non semplicemente all’inizio, ma a fondamento. Gandhi affermava che la non violenza è antica come le montagne, cioè sta a fondamento da sempre, anche se noi invece pensiamo che la violenza, da che mondo è mondo, è alla base di tutto. Alziamoci, come soglie, solleviamo la fronte, come porte spalancate ad accogliere: questo ci fa umani.

 

Io sono la porta: attraverso di me ognuno entrerà e uscirà e troverà pascolo (Gv 10,9)

Gesù di Nazaret si fa porta, ma intesa come soglia; infatti attraverso di lui possiamo entrare e uscire e questo ci permette di trovare pascolo. Si offre quale porta larghissima, dal momento che gesti e parole con le quali accosta le persone e le situazioni non potrebbero essere più inclusivi. Talvolta tuttavia allude alla porta stretta, non per impedire a qualcuno di passarci, ma per indicare che il passaggio deve far venire alla luce e allora è come la strettoia dell’utero materno: una rinascita continua, che non può risparmiare le doglie del parto. Il testo evangelico interroga certamente la fede in Gesù Cristo, a partire dalle discepole e discepoli che lo hanno seguito nella sua vita pubblica fino a chi oggi sperimenta il dono che attraverso di Lui ci rende cristiane e cristiani. E tuttavia quanto Gesù dice di sé ha un valore antropologico, che va oltre i confini confessionali. Potremmo, e anzi dovremmo, dirlo di ogni nostra relazione che prende forma nella e dalla libertà. Pensiamo alla tragedia di relazioni di genere vissute in chiave di possesso, dove l’entrare e l’uscire non è permesso, facendo così emergere un modo tossico di vivere la maschilità fino alla violenza e alla morte. Che cosa significa amare davvero qualcuno, se non offrirsi a lei o a lui quale porta, che gli permetta di entrare e uscire per trovare ciò di cui ha bisogno per vivere? Chi ama offre accoglienza e riparo, ma insieme apre a cammini di libertà e lascia andare la persona amata. Il saggio Qoelet dice che c’è un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci: questo significa essere porta nelle relazioni tra partner e tra generazioni.

Ecco: sto alla porta e busso (Ap 3,20)

Colui che è la porta chiede di aprigli la nostra, di porta. “Dio attende come un mendicante che se ne sta in piedi, immobile e silenzioso, davanti a qualcuno che forse gli darà un pezzo di pane. Il tempo è l’attesa di Dio che mendica il nostro amore” (Simone Weil). Nel rito di apertura della porta santa per il giubileo, il papa bussa per tre volte, chiedendo che gli siano aperte le porte della giustizia. Anche questo diventa un simbolo denso di significato, a fronte delle nostre presunzioni. Pretendiamo di avere dinanzi a noi tutte le porte già aperte, anzi spalancate, magari pensando (anche se non lo diciamo): Lei non sa chi sono io! I gerarchi di turno decidono, nei loro deliri di onnipotenza, che sono aperte le porte di paesi da invadere, espropriando le terre e dichiarando guerra. Papa Francesco richiama talvolta un’espressione un tempo assai usata: Permesso (anzi, i più anziani dicevano: “Con permesso”). Vale per le relazioni familiari, ma dovrebbe valere per tutte le occasioni in cui l’aprirsi è atto di fiducia richiesto e atteso, non preteso e imposto. Guardando alla porta del giardino degli inizi, che si chiude alle spalle dell’umanità a causa delle scelte di peccato, non possiamo non pensare che anche sulla soglia della creazione siamo chiamati a bussare. Ci riteniamo padroni, dimenticando di essere custodi. Oggi si parla di antropocene, cioè l’era in cui gli esseri umani hanno un impatto su tutto l’ecosistema quasi senza limiti. Non dimentichiamo che l’anno giubilare biblico contemplava il riposo e la redistribuzione delle terre. Bussiamo alla porta del creato con rispetto, solo così si riaprirà la porta del giardino.

 

A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte (Ap 21,13)

La Gerusalemme celeste è simbolo di un mondo finalmente immerso nello shalom/salam, sogno di pace di Dio e degli esseri umani. Una città con le porte aperte giorno e notte, in modo che non ci sia barriera per chi entra e ostacolo per chi esce, a delineare scelte politiche (che riguardano la polis-città) garanti del diritto di poter migrare e di non dover migrare. Le porte si aprono sui quattro punti cardinali per sottolineare l’universalità di direzione, che abbraccia tutto e tutti. Aprire quelle porte, e tenerle aperte, significa l’impegno a costruire un mondo dove si accolgono persone, popoli e culture da ogni dove e ci si mette in comunicazione con la pluralità e le differenze sparse sulla terra. Un dare e un avere, che non esclude nessuno e non permette l’egemonia del più forte. Oramai abbiamo capito che ci sarà futuro se passiamo dalla divisione alla condivisione, ma la comprensione fatta con la testa – e con tutti i dati che drammaticamente la confermano – non diviene ancora decisione politica ed economica. Le giovani generazioni lo stanno chiedendo a gran voce, ma il mondo adulto che ha in mano le leve del potere chiude porte invece di aprirle, si rinserra nei particolarismi e nei nazionalismi, cavalcando le paure e speculando sui consensi elettorali. Anche le chiese e le religioni hanno una responsabilità su questo, quando inseguono chiusure identitarie e coltivano fanatismi. Aprire porte, in tutte le direzioni, significa pertanto perseguire senza stancarsi il dialogo ecumenico, praticare l’incontro interreligioso, impedire l’uso blasfemo di Dio.

don Dario Vivian