“La fede è un dono da coltivare” – commento al Vangelo dell’8 settembre

08
Set

Commento 8 settembre Mc 7,31-37

Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

In questo Vangelo Gesù guarisce una persona sordo-muta con un gesto e delle parole alquanto particolari. Fatto che ci aiuta a comprendere che Egli può guarire anche ogni nostra sordità e incapacità di parola. Infatti, facciamo tutte e tutti esperienza della fatica che comporta l’ascolto e il comunicare, di conseguenza sperimentiamo la chiusura relazionale che ne deriva. Incentivati all’isolamento anche dalle dinamiche narcisistiche della nostra società, perdiamo il gusto della bellezza dello stare insieme, con orecchie e bocche aperte, pronte all’ascolto e al dialogo. Tra di noi, e con il Signore.

La scena è ambientata in una città della Decapoli a maggioranza pagana, in un territorio, quindi, considerato impuro dalla legge farisaica. Eppure Gesù non solo attraversa queste regioni e vi predica il suo Vangelo, ma vi compie anche dei segni: non ha paura di contaminarsi. Quindi Gesù non fugge quelli che la società e la Legge considera impuri, ultimi, scarti, ma va in cerca di loro, sta con loro, e dona loro parole e gesti di salvezza.

Il malato è accompagnato da un gruppo di persone. Esperienza che richiama l’importanza della dimensione comunitaria: chi è malato ha bisogno degli altri, e da loro si fa condurre. Chi è sano ha bisogno di ricordare che deve prendersi cura di chi ha accanto, nella speranza di potergli donare l’incontro con il Signore che può cambiargli la vita.

Gesù compie una pratica di guarigione lontana dal nostro modo di intendere le prassi terapeutiche e le norme igieniche. Tuttavia, il toccare le parti malate e l’uso della saliva erano le pratiche usate dai guaritori del tempo. Particolare è anche la parola pronunciata da Gesù: “effatà”. A livello onomatopeico richiama il suono di un soffio, di quell’alito di vita che Gesù offre al malato, nell’ottica di una nuova creazione. Questa parola, di probabile origine aramaica, non vuole essere un’incomprensibile formula parte di un rito magico, per questo l’evangelista ci spiega che significa “apriti”. Con essa Gesù fa conoscere la sua potenza salvifica, e chiede al malato di lasciare andare quelle chiusure derivanti dall’incapacità di udire e dalla fatica del parlare. “Apriti” è un invito ad accogliere prima la dimensione di fede, poi la guarigione fisica. Il miracolo avviene in entrambe le direzioni. Ed avviene subito. Il sordo-muto può udire e parlare: la gioia è grande, e con essa il desiderio di raccontare quanto è successo.

Gesù però “comanda” di non dirlo a nessuno. È una richiesta paradossale: perché chiedere che sia taciuta la testimonianza della potenza che viene da Dio? Probabilmente perché non era ancora chiaro che la forza di Gesù era quella del Padre, c’era quindi il rischio di fraintendere il suo operato. Eppure la folla non dà retta al suo comando e proclama: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

La fede però non si esaurisce nell’entusiasmo del momento felice, ma è un dono da coltivare, mediante un ascolto e un dialogo compiuti a 360 gradi. Un’apertura, dunque, che richiede una postura rivolta verso il Signore, ogni persona, ogni creatura e attenta al grido della terra.

Spunti di riflessione

Personalmente e comunitariamente, sono tante le sordità e le difficoltà di parola che ci appartengono. Fermarsi per riflettere su quali siano è il primo passo per poterle affidare al Signore, e poi invocare la sua guarigione. Possiamo chiederci: la voce della sorella e del fratello che chiedono aiuto (materiale e spirituale) sono in grado di scomodarmi? Mi lascio provocare per uscire dalla mia “confort-zone” divenendo così testimone dell’amore di Dio? E ancora, riesco io a chiedere aiuto, superando orgoglio e incredulità? So offrire le mie parti malate al tocco del Signore, credendo al suono di quella parola capace ancora di suscitare miracoli: “effatà – apriti”?

  1. sr. Elisa Panato, Il Messaggio del Cuore di Gesù, 9 (2024), 40-42.
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