Far vivere tutto per vivere tutti

27
Giu

L’urgenza della conversione ecologica

La Terra è da tempo gravemente violata sotto ogni punto di vista. I segni di questa violazione si fanno oramai evidenti nella salute delle persone, nel decadimento degli ambienti, nell’impoverimento delle specie e nei cambiamenti climatici con rischi drammatici. Eppure – almeno fino ad un recentissimo passato che ha visto una rinnovata sensibilità allargata ad ampie fette di popolazione – nessuno sembra accorgersi di niente e anche quando – come sembra essere accaduto di recente – ce se ne accorge, non si è disposti a cedere su nulla: sviluppo sfrenato, ricchezza iniqua, stili di vita insostenibili. Purtroppo la Chiesa, almeno nella maggior parte dei suoi membri, è arrivata solo di recente a prendere coscienza di questo problema, che con troppa facilità era snobbato fino a misconoscerlo, negando l’esistenza del problema. Il fatto però che la gravità della situazione sia innegabile non muove ancora ad un’azione concreta perché oltre a vedere ciò che è bene, bisogna sceglierlo e questo comporta una conversione, una rivoluzione nel modo di vivere e di agire, che passi dallo sfruttamento ad ogni costo al rispetto e alla contemplazione.

Papa Francesco ha insistito sul tema innumerevoli volte, consegnando alla chiesa e al mondo nella Laudato si’ una specie di manifesto dell’ecologia integrale, in cui descrive la gravità della situazione e indica la via di uscita, attingendo alle risorse spirituali del Vangelo, in uno stile di vita altro, preoccupato non solo di vivere ma anche di far vivere, perché, se non si cura la vita di tutti gli esseri viventi con i quali si è profondamente connessi, semplicemente si muore. L’idea di fondo è che, poiché tutto è connesso, gli esseri umani non possono che curarsi reciprocamente e curare l’ambiente in cui vivono, a cominciare proprio da ciò che è più minacciato perché più esposto alla morte, altrimenti niente sopravvivrà. Si tratta di aprire gli occhi sulla propria realtà di esseri in relazione e di agire di conseguenza: solo l’ingannevole idea di poter vivere mentre altri muoiono ci ha portati all’ingiustizia mondiale e alla devastazione della Terra, per cui solo la verità di noi stessi come esseri interconnessi a tutti (e quindi bisognosi di tutti) può salvarci dalla morte. Sempre che una volta aperti gli occhi, si decida di seguire ciò che si è compreso.

L’esperienza dell’Amazzonia è di particolare aiuto in questo cammino di risveglio e decisione, perché quando la Chiesa esce per incontrare i popoli amazzonici si trova in un territorio straordinario nel quale la bellezza e l’importanza della terra sono evidenti tanto quanto la furia distruttrice umana, ma nel quale allo stesso tempo si può osservare uno stile di vita capace di vivere della terra senza distruggerla, anzi prendendosene cura. Si tratta del “buon vivere” dei popoli indigeni, che cercano “l’armonia con se stessi, con la natura, con gli altri e con l’essere supremo, giacché esiste un’intercomunicazione tra tutto il cosmo, dove non ci sono né escludenti né esclusi, e dove possiamo forgiare un progetto di vita piena per tutti. […] Questo modo integrale si esprime in un modo peculiare di organizzarsi che parte dalla famiglia e dalla comunità, e che abbraccia un uso responsabile di tutti i beni del creato” (Documento finale, sinodo della Panamazzonia, 9).

Quando l’annuncio del Vangelo incontra questo modo di vivere fa sorgere una Chiesa che incarna uno stile rispettoso del creato e che proprio per questo si offre a tutti, nel momento in cui anche altre parti del mondo prendono coscienza della distruzione dell’ambiente in cui vivono, come un invito a conversione e come una concreta via da seguire. L’evangelizzazione così, in Amazzonia come altrove, ha il risvolto concreto della protezione della terra (Documento finale, 73), di tutti gli esseri viventi che la abitano e anche di tutti gli esseri umani, tutti degni di vita, tutti da custodire. Il mondo – come giustamente spiega papa Francesco nel primo capitolo della Laudato si’ – conosce un’unica gravissima crisi che comporta la distruzione dell’ambiente e l’iniquità planetaria. Si tratta della stessa violenza scatenata sui più deboli a causa di un degrado etico che chiede la conversione di tutti.

La conversione richiesta è un passaggio dall’avarizia insaziabile, che domina i cuori spingendoli a divorare e distruggere per accaparrare beni e risorse, illudendosi che questi siano infiniti e che uccidendo o impoverendo altri si possa comunque vivere, alla mitezza che preferisce porre un limite al proprio desiderio e al proprio bisogno pur di lasciare uno spazio di vita per altri. Nei primi capitoli del libro della Genesi, mentre viene raccontata la creazione del mondo, si può osservare il Signore che mette in ordine le diverse componenti del cosmo e così facendo crea uno spazio in cui la vita possa prosperare. Dio stesso, proprio perché Dio, non può far vivere altro da sé se non limitando se stesso, facendo uno spazio perché qualcos’altro possa vivere e moltiplicarsi, cioè far vivere altri. Gli esseri umani appena creati vengono chiamati ad imitare questa mitezza di Dio, la sua capacità di fare spazio e far vivere, e di questa chiamata diventano un segno proprio i limiti che Dio dà loro: possono mangiare le erbe ma non gli animali (primo racconto), possono mangiare di tutti gli alberi del giardino tranne uno (secondo racconto). Se si vuole vivere, occorre far vivere e questo chiede di dominare l’istinto divoratore che ci fa illudere di vivere di più se si occupa tutto lo spazio e si accumulano tutte le risorse. Occorre farsi miti e umili come Dio che, benché lui al contrario nostro potrebbe, non vuole vivere da solo, ma fa spazio perché altri vivano, anzi si china su di loro per farli vivere e poi li lascia liberi di crescere.

Sappiamo che gli esseri umani del racconto genesiaco superano il limite (divorano il frutto dell’albero che non avrebbero dovuto mangiare) benché Dio li avesse avvisati che se lo avessero superato sarebbero morti. Gli esseri umani di oggi sono stati avvisati che abbiamo già forzato il limite oltre ogni ragionevole possibilità: dobbiamo farci miti, rispettare, contemplare, fare uno spazio in cui possano vivere anche altri esseri viventi, altrimenti moriremo. Sapremo essere più saggi dei protagonisti del racconto biblico? Forse potremmo farci aiutare da quei popoli che sono abituati a vivere facendo vivere il territorio che abitano, come gli indios dell’Amazzonia. Potremmo conoscerli, condividerne la lotta e fare nostra la logica profonda del loro vivere, cercando non di sfruttare tutto pur di avere di più, ma di custodire tutto per vivere tutti di più.

Simona Segoloni Ruta

Leave a Comment