Donne pellegrine di speranza

02
Apr

La preghiera al femminile dell’8 marzo curata da Presenza Donna

“Pellegrine e pellegrini di speranza, ma la speranza che cos’è? È il lieto fine? In alcune situazioni il lieto fine non c’è, e non ci sarà mai. […] Allora che cos’è la speranza? San Paolo dice che tutti e tutte portiamo un tesoro, ma in vasi di argilla (2Cor 4,7). Questo tesoro è la speranza; un tesoro che custodiamo dentro ad un’esistenza che ha delle fragilità. […] E Paolo vuole fare una scommessa: che ci sia la possibilità che la vita ecceda sulla morte. Scrive infatti: «tribolati, ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati» (2Cor 4,8-9)”. È iniziato così il commento biblico di don Dario Vivian, nella 26esima preghiera al femminile dello scorso 8 marzo. Preghiera resa possibile dalla collaborazione con l’Unità Pastorale Porta Ovest, il Comune di Vicenza, la Fondazione Homo Viator – San Teobaldo, il Centro culturale san Paolo, La Voce di Berici, Radio Oreb e il contributo dell’8×1000 della Chiesa cattolica. È stato un momento di riflessione intenso che ci ha offerto la possibilità di approfondire la dimensione della speranza nella nostra vita. Dimensione che spesso svalutiamo, diamo per scontata, o sentiamo lontana. Eppure la speranza è ciò che ci accompagna in ogni tipo di pellegrinaggio che siamo chiamate e chiamati a vivere.

Giulia Agostini, giovane che ha vissuto l’esperienza di un pellegrinaggio a piedi in Terra santa, ha raccontato: “L’idea di fare una settimana in Terra santa con lo zaino in spalla mi intimoriva, ma una delle cose che ho imparato è che lo Spirito Santo fa fare cose che non pensiamo di poter fare”. “Il cammino in Terra santa”, ha continuato Giulia, “mi ha regalato emozioni e un affetto per quella terra che non pensavo di portare a casa. Lì ho capito che siamo tutti veramente fratelli e sorelle, che non c’è differenza tra uomini e donne, che abbiamo tutti le nostre storie, le nostre creatività, che abbiamo tutti un dolore che va accolto e compreso; abbiamo tutti bisogno di essere accompagnati”. Consapevolezza che Giulia ha augurato a tutte e a tutti, soprattutto ai giovani che come lei si impegnano, in quest’anno giubilare, ad alimentare la “fiamma della speranza”. Nella seconda testimonianza Cosetta Gonzato ha condiviso il suo particolare pellegrinaggio esistenziale, accanto al figlio Tommaso: “quando nasce un figlio con disabilità […] – come scrive Pontiggia nel suo libro – questo nasce due volte: deve morire il bambino della tua mente, quello che hai costruito e sognato attribuendogli il meglio di te stesso per lasciar spazio a quello che hai davanti”. Passaggio che non è stato facile, ma che le ha permesso di maturare a più livelli. In particolare, ha spiegato che: “la mia vita è cambiata quando ho visto Tommaso per davvero: Tom non è la sua disabilità, è una persona ricca, solare che ama la vita e non avendo gli schermi mentali che abbiamo noi, non giudica ma ama tutti, e forse proprio per questo ha un ottimo rapporto con Dio”. Nell’ascolto delle parole di Cosetta si percepisce l’indole di chi non si lascia vincere dalle sfide della vita, ma si mette in movimento per il bene di suo figlio, di se stessa e di ogni famiglia che si trova nella sua stessa situazione. Infine, Monica Lora ci ha parlato della sua riscoperta della bellezza e della leggerezza: “intese come forza ed energia che esaltano la vita e aiutano ad affrontare il quotidiano, anche se gravato dalla fragilità e dalla cronicità di una malattia”. Specifica meglio Monica che con un gruppo di donne hanno organizzato una sfilata di moda, di cui racconta: “sono convinta che, nella fragilità (malattia, momento difficile della vita, vecchiaia…), tutti abbiano il diritto di sfilare a testa alta, di essere belli”. Conclude dicendo: “il messaggio del nostro sfilare in pubblico era quello di far riflettere anche sul tessuto sociale, un tessuto che è sempre più slabbrato e stereotipato, sempre più inconsistente e che non sta da nessuna parte. Bisogna cercare di cambiare mentalità sulla bellezza univoca e cucire insieme abiti, che siano belli per tutte e tutti”. Dunque ogni donna ed ogni persona emarginata hanno bisogno di essere rialzate, di essere liberate da quanto le opprime, per poter camminare sui pellegrinaggi della vita a testa alta. Sull’esempio di quella donna curva guarita da Gesù in giorno di sabato (Lc 13,10-17), suggerisce don Dario, ogni persona oppressa da società e regole religiose necessita di un’azione di empowerment, cioè di un riconoscimento del suo valore e della sua dignità, che le permetta di passare dalla posizione curva allo stare in piedi. La postura del Risorto. La postura della persona liberata, che può iniziare pellegrinaggi sempre nuovi.

sr Elisa Panato